Grazie alla collaborazione tra Fondazione Arte della Seta Lisio e Fondazione Teatro Donizetti, restano in prestito presso il Teatro cittadino i tre magnifici abiti esposti alla mostra Caterina Cornaro Experience. Una regina da ricordare.

L’esposizione ha infatti goduto di una sezione speciale dedicata alla ricostruzione dei costumi del personaggio di Caterina Cornaro sia nella prima rappresentazione dell’opera di Gaetano Donizetti a Napoli nel 1844, che nel sontuoso dipinto di Francesco Hayez custodito presso l’Accademia Carrara di Bergamo.

Per la prima volta in assoluto sono stati ricostruiti gli abiti di una “prima” donizettiana. I due abiti del 1844 sono quanto più verosimile a quello che Filippo Del Buono l’inventore del vestiario (ovvero il costumista) ha immaginato.

Gli abiti sono stati realizzati grazie all’uso delle fonti documentarie (bozzetti, carteggi, lettere, ecc.), sia attraverso esempi di cultura materiale (costumi, abiti, tessuti esistenti). Tuttavia, esistono due grandi lacune documentarie: primo, l’assenza di indicazioni specifiche – autografe o di seconda mano – di Filippo Del Buono in merito a materiali, cromie desiderate o dettagli sartoriali; secondo, la prassi, in voga per buona parte del XIX secolo, che lasciava agli interpreti la facoltà di modificare, a loro piacimento o in base al gusto personale, l’abito da indossare in scena.
Filippo Del Buono si era già confrontato con la figura di Caterina Cornaro: nel 1842 disegnò
gli abiti di scena per il balletto di Giovanni Briol sullo stesso soggetto.

L’Accademia Carrara di Bergamo conserva, nelle sue collezioni, una Caterina Cornaro che, per il costume, risulta di straordinario interesse. Dipinta da Francesco Hayez nel 1842, Caterina Cornaro riceve l’annunzio della sua deposizione dal Regno di Cipro testimonia in modo magistrale il gusto storicista vestimentario che trova nel pittore milanese una delle sue massime espressioni. L’abito della nobile veneziana rivela particolari curiosità nelle scelte stilistiche e simboliche. In linea generale, l’abito richiama volumi ed elementi riconducibili alla metà del XVI secolo, nell’ambito nord-italiano. Nella costruzione della gonna e dell’imbusto si riconoscono riferimenti a Lotto, Tiziano (Amore sacro e amore profano, 1515) e Veronese (La Bella Nanni, 1560). L’ampia camicia di lino finissimo e la fusciacca di seta avvolta in vita introducono un gusto più “esotico”, senza tuttavia allontanarsi dalla precisa contestualizzazione storica del soggetto. Tuttavia, un elemento si discosta dall’epoca rappresentata: Caterina Cornaro indossa un corpetto, simile a un gilet, che ricorda il fermeli, un indumento ideato tra il 1830 e il 1840 in occasione della Guerra d’Indipendenza Greca e tuttora parte dell’uniforme degli Evzones, la Guardia Presidenziale greca. Più complessa è l’interpretazione del tessuto della gonna. Sebbene si tratti chiaramente di un tessuto serico con motivo decorativo in oro, l’identificazione di un modello storicamente esistente risulta pressoché impossibile. Hayez sembra voler evocare i tessuti veneziani del Cinquecento, ma introduce variazioni nelle proporzioni dei moduli e motivi di pura invenzione, estranei alle tipologie documentate dagli storici del tessuto.